Io le dissi ridendo -Ma signora Aquilone, non le sembra un po' idiota questa sua occupazione?
Lei mi prese la mano e mi disse -Chissà? Forse in fondo a quel filo c'è la mia libertà.

domenica 14 marzo 2021

Giochi di ruolo

Facciamo un gioco. 
È domenica, una donna ha preparato il pranzo, per sé, per il marito, per la bimba, 15 mesi di energia e curiosità. Il soggiorno è un delirio, il pavimento bombardato di giocattoli, libri, briciole, cibo masticato, suppellettili varie (sì, è la fase svuota-qualsiasi-cosa-e-fuggi). 
Finito il pranzo, la donna pulisce la bimba, poi cambio pannolino, cappelluccio e sciarpina perché c'è vento, scarpe, giacchetta, e la rigurgita fuori in giardino al primo raggio di sole. Lei sgambetta e osserva, mastica e urlacchia.
Ed ecco che la donna estrae dal fodero una figura nebulosa. Un uomo. Un padre. Il padre della creatura. 
Il suo ruolo è apparentemente semplice: deve inserirsi in un contesto già plasmato, giustapporvisi al solo scopo di evitare che l'infante si tracanni una granita di sassi, mentre la donna rientra in casa a riordinare. Mezz'ora di tranquillità costruttiva, magari orecchiando Beautiful tra un colpo di Dyson e una passata ai piatti.
Quindici e dico quindici minuti dopo, mentre la donna ha le mani schiumate di detersivo, una porta si spalanca: l'uomo brandisce la bambina, che sbraita allibita con una sola scarpa ai piedi.
"Voleva entrare e ha le scarpe piene di terra e credo anche le calze" fa cenno l'uomo col gesto di lanciarla nel lavello schiumato e fuggire.
L'uomo NON SA che forse sarebbe stata una buona idea togliere le scarpe all'esterno, NON SA dove siano le calzine pulite, NON SA che la bambina può essere depositata a terra per dare un colpo di scopa, figuriamoci poi se sa che una bambina di quell'età, anche se vuole entrare, puoi distrarla per un quarto d'ora e più guardando una nuvola, un fiore, uno stracazzo di sassolino. 
Il gioco è questo. Prendi una manciata di uomini (e attenzione che quello della nostra storia è uno di quelli bravi, a loro modo partecipi) e dai loro il potere di prendere decisioni che incidano sulle vite familiari altrui. Dai loro il potere di chiudere asili e scuole da un giorno all'altro.
Diranno che è favorito il lavoro agile (leggi: delle madri), perché, ricorda, Egli non sa.
Diranno che contano di prorogare gli appositi congedi (leggi: per le madri), peraltro retribuiti al 50% e comunque scaduti da quasi tre mesi. E mentre contano...1 2 3...tu mamma hai il figlio già a casa da giorni, hai rinunciato alle tue ferie, se non al tuo lavoro, lo hai scarrozzato da un nonno se hai la fortuna di averlo (ma non era poi una categoria fragile?), o hai lavorato agilmente (🤬).
Perché...ricordi? Egli non sa. 
Il gioco è finito.
 
E ora, mamma, respira e batti un cinque sorella.



martedì 10 marzo 2020

Non tutto il virus viene per nuocere

Da ieri tutta l'Italia è "zona protetta" a causa della rapida diffusione del coronavirus con conseguente sofferenza del nostro sistema sanitario.
Finalmente, dopo una lunga fase di schizofrenia di informazioni e comunicazioni fuorvianti, abbiamo delle regole da seguire e questo, pur nell'inedita assurditá della situazione, mi rasserena e mi porta a riconoscere al virus il merito di avermi chiarito alcune cosucce.
1) Stiamo a cincischiare per capire se i migranti fuggono davvero da una guerra, o SOLO da povertà, dittatura, ecc, e poi, contro ogni direttiva e ogni logica, assaltiamo treni e supermercati in preda all'istinto animale di salvarci il culo, echissenefrega degli altri. Altrimenti detto, si fa presto a scherzare col culo degli altri.
2) Noi sani e pasciuti figli del benessere non siamo abituati al limite. Non abbiamo voglia di cucinare? Ristorante! Siamo stressati? Vacanze! Annoiati?Aperitivo! Vogliamo tenerci in forma? Palestra! Una serie infinita di alternative all'impegno e alla fantasia personali, che ci ha reso incapaci di riempire il tempo e dargli valore con le nostre solo forze.
3) Nell'epoca dei social network scopriamo che i contatti umani con amici e familiari ci mancano, che è alienante doverne fare a meno e che quando tutto questo finirà forse non daremo più per scontato un bacio, un abbraccio, un pranzo in famiglia, una gita fuori porta.
E allora, che questo virus porti più indulgenza, comprensione, fantasia, umanità a tutti noi. Buon isolamento a tutti.

mercoledì 3 luglio 2019

Capitano mio capitano, questo è troppo

Raramente parlo di politica. Non lo faccio principalmente per umiltà, perchè ritengo di non sapere mai abbastanza per avere una visione oculata su temi spesso molto complessi. La seconda ragione per cui non lo faccio è che, proprio per questa mia propensione ad un ragionevole silenzio, di fronte a quanti invece pontificano con la verità in tasca, esprimendo con veemenza il proprio punto di vista, pur magari traballante nelle motivazioni, provo fastidio e imbarazzo. Come per i comici che non fanno ridere, avverto quel disagio che induce a cambiare canale; opzione che in una normale conversazione non è concessa.
Figuriamoci poi se parlo di politica sui social, laddove qualsiasi comune regola del conversare viene dilaniata dal pressappochismo imperante.
Pertanto non ho espresso pareri, che pure ho, sull'abusata vicenda della Capitana Carola, sui commenti del nostro ministro e di alcuni esponenti politici, sulle strumentalizzazioni di altri, sulle prese di posizione, sempre perentorie in un verso o nell'altro, della pletora di saggi da tastiera.
Tuttavia, in questi giorni in cui è il caso Seawatch a dominare l'opinione pubblica e con essa l'attenta bacheca FB di Matteo Salvini, a colpirmi è un post su un argomento "minore", il caso Vannini e in particolare l'intervista fatta da Franca Leosini al principale imputato. Questo è troppo.
"La vita di un ragazzo ucciso, in maniera infame, vale solo cinque anni di galera? Questa sarebbe "giustizia"? Che schifo. Verità per Marco Vannini."

Hanno diritto familiari e amici a ritenere questa giustizia uno "schifo". La loro disperazione infinita e insanabile da sola basta a motivare le urla rabbiose della madre alla lettura della sentenza.
È comprensibile che la persona comune provi empatia per la vittima e i suoi familiari e per istinto auspichi una legge che "bilanci" lo strazio della morte immotivata di un ragazzo di vent'anni con la pena elargita ai responsabili.
Tuttavia la legge non è istinto, è anzi regolamentazione razionale delle molteplici situazioni umane e non deve pertanto limitarsi a soppesare una vita con una vita, occhio per occhio, perché in tal caso non servirebbe un processo; basterebbero un'ammissione di colpevolezza, come in questo caso, o una serie di prove inconfutabili per decretare il massimo della pena. Questo "schifo di giustizia" ha un compito più arduo, cioè sondare come e perché si è giunti a quel drammatico esito e parametrare la pena non al grado di "infamia" di una morte, bensì al grado di consapevolezza e volontarietà di chi la provoca.
Questo prevede il nostro diritto.
È però difficile per la persona comune accettare e comprendere situazioni tanto complesse; lo è stato per me cercare di farlo ascoltando quell'intervista, ma credo sia necessario e rispettoso almeno tentare. Perché la rabbia, quella cieca e irrazionale, spetta soltanto a chi in quella vicenda ha perso un figlio, un nipote, un amico. Tutti gli altri a mio avviso dovrebbero fare un silenzioso passo indietro, ascoltare, magari dissentire, ma accettare.
Per un rappresentante delle istituzioni poi schierarsi con i leoni da tastiera e contro lo stesso Stato che rappresenta per racimolare qualche punto di consenso, quando dovrebbe anzi aiutare la persona comune a chiarire, comprendere, rispettare, è questo sì spaventoso e "infame".






sabato 1 dicembre 2018

Bulli e pupe

"Mi rivolgo a te, gentile ritrovatore del presente dizionario".
La stampa poco nitida delle stampanti a getto d'inchiostro anni '90, un font che ci voleva talento a sceglierne uno tanto brutto, un tocco di evidenziatore verde a rendere il tutto ancora più fastidioso. Scusate, coraggiosi lettori, ma il nucleo del post è la foto.
In questi giorni mi è capitato per le mani il mio vecchio dizionario di latino e quell'annuncio dopo vent'anni è tornato a parlare.
A parlare di una ragazzina che aveva tutte le carte in regola per ritrovarsi la colla versata nell'astuccio, derubata della merendina e con un'etichetta di dileggio appiccicata alla schiena. Eppure no, i bulli, che pure esistevano anche ai tempi della Signora Aquilone, non l'hanno mai presa di mira; non l'hanno mai neppure ignorata, anzi, con quelli che la mafia è bella, la mafia è buona la ragazzina aveva rapporti di cordialità.
Oggi si sentono tante storie dolorose di bullismo, e in quest'epoca in cui internet regala qualche minuto di palcoscenico a qualsiasi idiota è tutto esacerbato. Il tema è complesso, ma vorrei portare una nota di leggerezza. Pertanto, da potenziale vittima scampata ai bulli dell'era mesozoica, ho redatto un agile vademecum per piccole nerd in erba. Ragazze, coraggio! Potete salvarvi anche voi!
Regola n°1) La bella della classe esiste e non sei tu. Accettalo.
Prima desisti dall'emulazione prima avrai salva la vita. Quella coi lunghi capelli di seta, la pelle liscia come un'albicocca, dove mai un lieve sentore di acne giovanile avrà l'ardire di posarsi, quella col le gambe da fenicottero e il culetto appeso a un invisibile filo di grazia, quella che popola i sogni di tutti i maschi della classe...quella non sei tu. Il ruolo è stato assegnato. Ritagliatene un altro.
Regola n°2) Abbi il coraggio di essere stramba.
Tutte guardano Beverly Hills 90210 (beh, tu giovane fanciulla non saprai nemmeno cosa sia, ma ai miei tempi era un cult) e a te proprio non piace? Dillo. In classe si fa a gara a chi durante le verifiche si imbosca meglio e a te piace startene concentrata sul tuo foglio accanto alla cattedra? Fallo.
Ama le tue stranezze, curale; ma non farne un vessillo da contrapporre agli omologati.
Regola n° 3) Ironia è il tuo secondo nome.
Prenditi in giro. Precedili. Disarmali. Sorridi.
Riconosci a ciascuno il proprio ruolo nella commedia sociale. Sorridi.
Accetta, accogli, ascolta, aiuta. Sorridi.
Non dire sempre tutto quello che pensi, ma pensa bene a quello che dici, a chi lo dici e come. Sorridi.

Mostra che le loro parole possono ferirti e non sarai più libero dalla derisione (G. Martin).
La via di fuga è tutta qui.
Buona fortuna, donzelle.

sabato 24 novembre 2018

Ingegneria dell'odio

Qualche giorno fa una giovane volontaria italiana è stata rapita in un villaggio in Kenya. Non era lì per un safari o per concepire un bambino e chiamarlo Malindi. Era lì perché a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età.
Era lì per dirci che in quest'epoca traballante di Instagram stories c'è ancora qualche ventenne che crede di poter cambiare il mondo con la forza del pensiero e dell'esempio, che crede che "aiutarli a casa loro" significhi andarci in prima persona a casa loro, e aiutarli appunto. Ingenua.
Per i teorici dell'Italia agli italiani, lei se l'è andata a cercare, è un'oca giuliva che poteva starsene a casa sua ad aiutare il vicino di casa, se non una finta altruista assetata di big bamboo.

Anche i volti di altre due giovanissime sconosciute hanno recentemente conquistato la platea della notorietà. Armate dell'euforia della loro età e di un cartello totalmente inopportuno, messi da parte smartphone e Ferragnez, sono uscite di casa per una spassosa protesta di gruppo.
A 15 anni sei autorizzato al pressapochismo, al bianco o nero, all'okkupazione per cause fumose (che poi il vero motivo è appartarti col moroso al cineforum).
A 45 anni anche no. Magari dai, sono disposta a concedere qualche sbavatura al turnista al bar con davanti il caffè delle 5. Col Ministro dell'Interno però tendo ad essere più tranchant.
Siccome però spesso non mi fido di quello che mi viene riportato da altri, per la prima volta in vita mia confesso che l'ho fatto: ho visitato la pagina Facebook del Ministro Salvini.
E tra una foto del caffè (delle 5?), un "vi voglio bene amici", qualche virata machista alla celabbiamoduro 2.0, la foto delle ragazzine era lì. Era DAVVERO lì. Pezzi di carne offerti alla brame della folla incazzata. Che ha abboccato, oh se ha abboccato!
Un secolo fa, all'epoca in cui anche la Signora Aquilone okkupava la scuola per il sacrosanto diritto di giocare a carte, la sua prof di italiano spiegò alla classe il Principe di Machiavelli. Disse che probabilmente non ci sarebbe piaciuto e nemmeno lo avremmo fino in fondo capito, se non in età adulta.
Un passo del Principe racconta di come il sovrano delegò il controllo di una regione riottosa ad un suo luogotenente. Costui, come richiesto, non si fece scrupoli a soggiogare la popolazione e in poco tempo portò la pace a suon di legnate. Il Principe allora, ottenuto il suo scopo, prese il fidato luogotenente e lo squartò sulla pubblica piazza, la ferocità del quale spettaculo fece quegli popoli in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi. 
Cazzo prof, aveva proprio ragione!

domenica 28 ottobre 2018

Tremate tremate le streghe son tornate

Ora che il dado è tratto, da assidua spettatrice di X Factor lo dico chiaro e tondo: RIDATEMI ASIA ARGENTO. O per lo meno, zittite l'orsacchiotto biondo e ritentate il colpo.
Non ho mai condiviso la scelta di Sky di ostracizzare Asia Argento. Intanto per principio, dal momento che si trova soltanto ad essere accusata di un reato (peraltro poco credibile): gli indagati possono sedere in Parlamento, ma non al tavolo di X Factor? Non capisco.
E Cristiano Ronaldo allora? Anche lui è accusato da più voci di stupro, eppure non mi pare giochi tra le riserve.
E poi perché Asia Argento in quel ruolo era, forse per la prima volta in vita sua, credibile: empatica con i concorrenti, ben amalgamata con gli altri giudici, concisa e incisiva, un po' groupie da centro sociale, di quelle che ci hanno passato le nottate ad ascoltare band improbabili negli scantinati.
Invece Sky ha optato per la caccia alle streghe, adducendo motivi inconsistenti quali il possibile contrasto tra la vicenda giudiziaria di Asia e lo spirito del programma. Amici di Sky vi svelo un segreto: in Italia mandiamo giù di peggio, in barba a qualsiasi spirito, figurarsi se non saremmo passati sopra a una storiella del genere! Se non aveste sollevato tutto questo polverone, oggi il giovane rocker stuprato dalla virago (consentitemi un buahahahah) non sarebbe stato ospitato da Giletti e noi ci gusteremmo il programma con un vero poker di giudici.
Ma veniamo al sostituto, Lodo Guenzi.
Amici, NO.
A.A.A. CERCASI giudice di X Factor che non faccia (troppo) rimpiangere Asia: sintetico, irriverente, competente, anticonformista. Astenersi verbosi, buonisti, retorici, banali, noiosi.
Lodo parla troppo e non dice niente, gli sono tutti simpatici, sono tutti belli, hanno tutti energia e voci pazzesche e lui è pazzo di loro. Troppo, già dalla prima puntata.
Levatelo, vi prego. Ridatemi la streghetta, o almeno un valido stregone.


domenica 21 ottobre 2018

La cicogna azzoppata


E' passato qualche anno da quando la Signora Aquilone aveva provato a raccontare le sue peripezie ostetriche. Allora la Signora era triste e solitaria.
Oggi che tutto le sembrava nuovo e diverso, dalla valigia del "cambio vita" è saltato fuori il calzino spaiato, quello che forse se buttavi era meglio.
Oggi la Signora racconterà la storia di quel calzino.

Quale donna non conosce un test di gravidanza? Quello tradizionale almeno, senza frasi o faccine; quello con le classiche stanghette rosa. Due = sei incinta. Una = non sei incinta. Ogni  donna ci ha fatto pipì sopra almeno una volta. Con opposti sentimenti: sperando, bramando, supplicando una stanghetta oppure due. Non esiste una stanghetta e mezza, non esiste un sentimento intermedio. Una o due.
Oggi voglio raccontare della mia stanghetta solitaria: una, dritta e inequivocabilmente unica. Fiera e diritta come un dito medio. Fuck you. Anche questa volta hai mancato il bersaglio. Ritenta sarai più fortunata. 
Forse la mia urina non è abbastanza concentrata. Forse sono stata troppo impaziente. Forse rientro in quello 0,0001% di falso negativo. Forse ma forse ma sì.
Forse invece è tutta colpa di quel calzino spaiato. E' saltato fuori, il bastardello; non puoi fingere di non vederlo. E' colpa sua se tutta questa faccenda, che doveva essere solo un idillio romantico, ha iniziato a poco a poco a romperti le palle. 
Perché quella che ormai lo sa anche il muro che è incinta (e del resto si vede lontano un miglio quanto è rosea e luminosa la baldracca), ma tace per scaramanzia, ti ha rotto le palle. Quell'altra che aveva un unico ovaio policistico, l'utero retroverso, un fibroma grosso come una mela, due botte ed è rimasta incinta, pure lei ti ha rotto le palle. Quell'altra ancora che...puff...neanche se n'era accorta; pure quella ti ha rotto le palle. Pure tua nonna che senza stick ovulatori, stanghette e faccine ha avuto dieci figli dai 15 ai 45 anni ti ha rotto le palle. 
Ti hanno rotto le palle tutte le storie di maternità più o meno impreviste, miracolose, incredibili, travagliate, quelle che "quando smetti di pensarci", "quando non ci pensi affatto", "quando è l'ultima cosa che vuoi", "quando pensi non sia possibile". 
Zitte, zitte tutte, parlo io, anzi per cominciare non parlo affatto, ma rivendico, senza pietismi, il mio diritto al DITO MEDIO.

domenica 4 dicembre 2016

Cogito ergo post

Decido di scrivere questo post quando mancano poche ore alla fine della giornata referendaria e ancora non si parla di risultati.
http://guardforangels.altervista.org
Per parecchi mesi la mia principale fonte di informazione sul referendum costituzionale di oggi è stato Facebook. Infatti, da qualche tempo, insieme ai link sugli animali torturati e sulle ultime tendenze bio-vegan-crudiste-km0 e ai post dei mai una gioia, era tutto un io voto No, basta un Sì, la costituzione è NOstra. Da un lato, i politicanti baldanzosi, i fanatici dell' "io posto ad ogni costo", dall'altro, i disfattisti, quelli incarogniti di non avere capito una mazza, che si lagnano degli argomenti dominanti del pueblo e attendono speranzosi il prossimo simposio sulla fisica quantistica.
Tra gli uni e gli altri, i non votanti e i votanti silenziosi, così poco social; coloro che si ritengono fortunati se in tasca trovano gli spiccioli per il caffè, ma la verità, quella no, non l'hanno ancora trovata.
Costoro, si badi bene, un'opinione ce l'hanno, dimessa, umile, intessuta di dubbi. Veramente poco social.
La mia, affidata a queste righe, è la seguente. Gli intenti e i contenuti di questa riforma sono, a mio avviso, condivisibili, pertanto io ho votato SI'. E sono convinta che i detrattori sarebbero stati meno numerosi se a farsi portavoce delle ragioni del SI' non fossero stati un bulletto con lo smartphone e la sua madamigella in tacco 12. Certo, si poteva fare di più, ma evidentemente tra il dire e il fare c'è di mezzo la schizofrenia della compagine politica italiana, un elefante che in tanti anni non è riuscito a partorire il topo.
Il topo oggi è questa "riforma dimezzata", ma dire che non basta, che si poteva fare anche questo o quello, è un modo comodo per farsi bastare uno slogan, arrivederci e grazie.
Il topo, secondo alcuni, è uno scempio, perché "la Costituzione non si tocca". Umilmente penso che si possa amare, conoscere, rispettare la nostra Costituzione pur adattandola alla modernità. E chissá se tutti quelli che oggi accusano Benigni di essere un venduto conoscono anche solo le prime dieci parole della sacra Carta che difendono.
Il topo, secondo altri, è in realtà un mostro famelico che porterà a una "deriva autoritaria" delle "lobby dei poteri forti", riducendo sempre di piú la "sovranità popolare". Chapeau. Ammetto il mio limite verso il complottismo; non sono così astuta. Chiedo venia, sono quella che fino all'ultimo colpo di scena del film non sospetta dell'assassino.

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domenica 29 maggio 2016

Ora che so, non dimentico

Da www.tra.tv
Quattro anni fa abitavo nel mio appartamento di Modena, ero sola in casa e proprio come ora mi stavo preparando l'aerosol per combattere i miei soliti malanni respiratori.
Di lì a poco mi sarei ritrovata seduta sul letto con un cuscino in testa, perfettamente in asse rispetto al lampadario che oscillava spaventosamente. Mi sarei quindi precipitata in strada, dove avrei incontrato gli occhi terrorizzati dell'elettricista, che stava eseguendo dei lavori nei garage interrati e si era pensato già morto, intrappolato sotto un palazzo di sei piani. Avrei visto scendere nugoli di vicini mai visti prima, gente attaccata ai cellulari nel vano tentativo di contattare i parenti. Mi sarei diretta verso la scuola di mia sorella, dove i bimbi, tra lo spaventato e il divertito, erano stati radunati in giardino, e con lei avrei trascorso una mattinata a spasso per il quartiere, insieme all'esercito di coloro che solitamente il quartiere lo spiano dalle finestre. Sarebbero seguiti giorni di tende nei parchi, famiglie che dormivano in macchina, serate di birre collettive all'aperto in cui tutti sapevano di fracking, faglie e piane alluvionali, di cellulari perennemente connessi alla app dell'INGV, diventata in pochi giorni più popolare di Facebook, di "l'hai sentita quella di stamattina?" e "senti che vento, tra poco ne arriva un'altra".
Posso dire di avere capito davvero cosa sia stato quel terremoto solo ora che vivo e lavoro nella Bassa. Ora che vedo tutti i giorni le chiese puntellate, i tetti sfondati, i muri feriti, le vie dei centri storici che sembrano il Far West, i container con le antenne paraboliche e gli stendini, i negozi nei prefabbricati. E soltanto adesso ho la visione chiara che a Modena quel terremoto fu poco più che un grosso spavento e una scampagnata di isteria collettiva, perché il bombardamento, quello da cui non sfuggi con un cuscino in testa, era qui, dove ci sono persone che ancora oggi non sono rientrate nelle loro case di allora.
Oggi su Facebook sarà giornata di IO NON DIMENTICO. Io avevo dimenticato, perché se non sai, dimentichi.


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lunedì 6 luglio 2015

Era solo un gatto

Quando ero triste non faceva domande, non enfatizzava, non minimizzava, non dava consigli. Era solo un gatto.
Quando ero arrabbiata non mi diceva "stai esagerando", "adesso calmati", "modera i termini". Era solo un gatto.
Quando facevo scelte avventate, cambiavo idea, tornavo sui miei passi  non mi guardava con disapprovazione, non giudicava. Era solo un gatto.
Quando le parole restavano giù, aggrovigliate e inespresse, non mi suggeriva che avrei dovuto buttarle fuori alla rinfusa, né che invece avrei dovuto spingerle più giù ancora. Era solo un gatto.
Se mi svegliavo mi aspettava fuori dalla porta, se gli parlavo rispondeva in un solo modo, se mi accoccolavo sul divano arrivava lì, se rientravo con la macchina era sul balcone a guardarmi rientrare, se suonava il campanello allora non ero io e allora tanto valeva nascondersi. Semplice. Non c'erano risentimenti, rancori, ripicche, vendette. Era solo un gatto.
Un gatto, il mio. Quello che aveva una notte per farmi innamorare di lui, perché a me i gatti e le loro unghie mi inquietano, e sembrano sacchetti pieni di sabbia; e ci è riuscito. Il compagno più discreto, leale, fedele degli ultimi sette anni della mia vita.
Aveva un cuore balordo, il mio Romeo. Sono tornata piangendo dalla sua prima visita perché io già lo amavo e sembrava dovesse finire troppo presto. E invece si è preso un bel pezzetto della mia vita e in poche ore di una giornata forse troppo calda per lui se lo è portato con sè.
Non vedrà mai la casa nuova dove lo avrei portato fra poche settimane, il giardino dove lo immaginavo a giocare al gattaccio di strada. Ma ancora una volta è riuscito a stupirmi, a precedermi in qualsiasi pianificazione, perché lui adesso è là ad aspettarmi, in quel giardino.
Grazie Romeo. Sei solo un gatto, mi diranno. E per fortuna è proprio così.

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mercoledì 7 gennaio 2015

La libertà di essere inopportuni

Da www.corriere.it
Tra le tante vignette satiriche di Charlie Hebdo mostrate in queste ore, ho scelto questa.
L'ho scelta perchè la trovo inopportuna e di cattivo gusto. Irride la religione che permea l'ambiente in cui io sono cresciuta, quella del catechismo che ho frequentato, dei sacramenti che ho fatto, di molti dei valori in cui tanti miei connazionali (credenti, praticanti, atei) si riconoscono.
Per me, come per colei che, da afroeuropea e musulmana, firma questo post (lo consiglio!), si può e si deve ridere di tutto. E aggiungo che  tutte le libertà, anche quella del cattivo gusto, devono essere difese. Perché la nostra storia, quella dei cittadini dell'Unione europea, ha attraversato tanti dolorosi capitoli in cui persone sono morte per difendere le libertà che oggi noi possiamo dare per scontate.
Mi sono interrogata ultimamente, e ancora più oggi, sull'islam. Ho letto e riletto il post di cui sopra...."A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace." 

Pochi giorni fa, a Istanbul, in visita alla moschea blu, una signora con il capo velato è entrata nella parte riservata ai fedeli, transennata per i turisti. Appena l'agente della sicurezza se n'è accorto, l'ha subito raggiunta e allontanata. Le donne, ancorché musulmane, non possono pregare dove pregano gli uomini, ma in un'area riservata.
Io non riesco a vedere libertà in una religione che permette ancora questo. Non riesco a vederci pace, nè uguaglianza. Certo, l'islam non è quello dei fanatici che sparano o sgozzano; ma non è nemmeno, mi pare, una religione che accetta e accoglie. Siamo diversi, ancora tanto diversi.
In tutte le religioni c'è un sotteso di oscurantismo e superstizione; e anche il cattolicesimo, che ha radici più antiche, ha conosciuto una lunga parabola di odio e intolleranza. Probabilmente siamo sfasati di qualche secolo.
Inutile e dannoso esacerbare le differenze; ma forse anche negarle.


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sabato 3 gennaio 2015

Roma-Istanbul e ritorno (con gaudio)

Per la serie non ci manca neanche al lat ed galeina (vedi post precedente), lo scorso mese di dicembre mi sono attraversata con disinvoltura l'Impero Romano da Occidente ad Oriente: weekend romano e viaggetto di capodanno a Istanbul. Ed è su quest'ultima che posterò le mie impressioni; e non perché Roma sia meno degna di suscitarne (anzi, mi si permetta di pensare il contrario).
L'ho pensato, in ordine sparso, di Barcellona, Praga, Brema, Berlino, Amsterdam, Lipari, l'Isola del Giglio: qui ci verrei a vivere. Non l'ho pensato di Istanbul; città che merita sicuramente una visita, ma che sta bene dove sta. Enorme, caotica (13 milioni di abitanti!), perennemente inghiottita da file di auto-immobili che urlano col clacson la loro frustrazione, brulicante di bambini abbandonati a se stessi che chiedono l'elemosina o improvvisano scenette per aggirare i turisti, con collegamenti non all'altezza di una città così sterminata. Inoltre non è così economica come ci si aspetterebbe, almeno nelle zone turistiche, e le file per i monumenti principali possono essere davvero estenuanti. Una notazione sul meteo: dicembre è il mese più piovoso (piove 1 giorno su 2), e può anche nevicare e tirare vento freddo.
Per quanto riguarda il cibo...ecco, a Istanbul il concetto di "cucine del mondo" non è arrivato: i ristoranti più esotici sono dei tristi ristoranti italiani o i fast food. Quindi, kebab. Col pane, col riso, con le verdure, ma sempre kebab. Provate il tè turco!
Di seguito le attrazioni plurisegnalate dalle guide, tutte nella parte vecchia (europea) con i miei commenti/suggerimenti:
- Moschea blu. Splendida all'esterno, ma all'altezza della sua fama anche all'interno. Purtroppo l'ingresso, peraltro gratuito, può costare ore di fila. Un buon modo per aggirarla si è rivelato essere quello di aggirarsi nella piazza antistante il venerdì 30-40 minuti prima dell'apertura, che quel giorno è alle 13.30 causa preghiera. Le donne devono indossare il velo e tutti si devono togliere le scarpe all'ingresso. Ci sono comunque altre moschee più piccole, meno celebri e meno prese d'assalto molto suggestive.
- Basilica di Santa Sofia. Di fronte alla moschea blu. L'intento del sultano che fece costruire quest'ultima era quello di affermare il potere ottomano rivaleggiando in maestosità e bellezza con Santa Sofia. Intento a mio parere pienamente raggiunto. Santa Sofia è stata deludente e l'ingresso costa 30 lire turche (circa 10 euro); ho apprezzato più che altro i tanti mansueti gatti che la popolano. A proposito, Istanbul è la città dei gatti: sono ovunque e se la passano alla grande, si lasciano accarezzare e fotografare volentieri.
Il bazar delle spezie
- Cisterna-Basilica. E' un acquedotto romano, del 500 d.C.. Costa 15 TL e se ci andate la mattina presto potete evitare la coda (nel mio caso, ho approfittato di un 31 dicembre assai morigerato per andarci il 1° gennaio quando mezza città probabilmente dormiva ancora). STU-PEN-DA. Si deve vedere.
- Topkapi (palazzo del sultano). Costa 30 + 15 (per l'harem) TL; l'harem è la parte più bella, quindi conviene fare il biglietto intero. Le file per biglietto, poi ingresso, controlli di sicurezza, cancelli automatici possono essere delle carneficine. Ma il posto (e il diamante del sultano) merita.
- Gran Bazar e Bazar Egiziano (mercato delle spezie). Impressionanti. C'è da perdersi e infatti ci si perde ed è bello così. E' il più grande mercato coperto del mondo. Una meraviglia.
Nella parte nuova non c'è molto di diverso da qualsiasi grande città. Segnalo però il mercato del pesce e il quartiere Tophane, dove troverete moltissimi bei locali dove fumare il narghilè, davvero da provare.
Se non siete appassionati di moschee o altri edifici religiosi, 3-4 giorni sono sufficienti per farsi un'idea della città...e tornarsene volentieri nella parte occidentale dell'Impero.
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lunedì 29 dicembre 2014

Quando due rumene, un polacco e una siciliana (emigrati in Germania) raccontano il comunismo

Ebbene sì, cara Gio, te lo avevo detto che mi avevi ispirato un post!
Per chi non la conoscesse, la Gio è una delle "sorelle della mia scelta". La nostra amicizia è stata un diesel, anche se ci conosciamo da 20 anni (Gio, sono passati 20 anni, ti rendi conto???). Adesso però il motore ha carburato, e niente lo ferma più, anche se ci si sono messi di mezzo 700 km.
Da http://www.blog.oneholidayrentals.com
Qualche giorno fa, sul nostro filo diretto Italia-Germania ha fatto la sua comparsa una sua "riflessione della domenica", scaturita da una chiacchierata tra sigari e ricordi d'infanzia con altri ragazzi emigrati in Germania, ma da Paesi dell'Est. Ricordi di bambini muniti di tessere per ritirare la propria razione quotidiana di latte, di quell'unica marca di biscotti a loro concessa; di popoli che per lunghi anni nulla più di quanto concesso hanno osato sperare di avere o di fare. 
Più recentemente mi sono trovata su un treno, spettatrice di una ininterrotta quanto molesta conversazione fra tre giovani di 25-30 anni, i cui punti cardine vertevano intorno a notazioni quali in Italia va tutto male, tanto c'è la crisi, lavorano solo i raccomandati, bisognerebbe mandarli tutti a casa, all'estero sì che le cose funzionano.
Non starò qui ad enumerare le tante tristi vicende di ottusità e pochezza di un Paese, il mio, che lasciano esterrefatti ed arrabbiati, tanto più perché avvengono laddove di potenziale ce ne sarebbe ben più che in altri posti. Facile, per non dire paraculo: è tutta colpa loro, è tutta colpa della crisi.
No, allora, completiamo il quadro. Nel 1989, mentre i suddetti bambini stavano in fila per il latte, io andavo alle scuole elementari, facevo danza due pomeriggi la settimana e pianoforte il venerdì perché così mi andava, salvo poi non proseguire nè l'una nè l'altro perché non mi andava più. Andavo tutte le estati al mare con i miei genitori e in montagna con i nonni. Ho poi fatto scuole medie, liceo, autogestioni, università (Ingegneria, poi anzi no Geologia), interRail, Erasmus, dottorato; ho fatto più viaggi di quelli che i miei genitori e i miei parenti messi insieme hanno mai fatto, ho dormito in tutte le case che volevo e sono tornata all'orario che mi pareva.
Il quadro completo implica cioè che sono vissuta e vivo in un Paese libero. Che come tale può anche andare liberamente a rotoli, come le vite dei suoi abitanti, ma nel quale una scelta c'è. C'è sempre.
E se il politico può scegliere di essere onesto, anche se qui è difficile perché tanti non lo sono e magari se la passano anche bene; anche la persona comune può scegliere. Scegliere di fermarsi alle strisce pedonali, di fare uno scontrino o di richiederlo, di spogliarsi di titoli, pretese, supposti diritti per farsi umile e darsi da fare, perché il tempo dei diritti acquisiti è passato e forse è giunto il tempo di meritarseli certi privilegi.
Mandiamoli tutti a casa. Benissimo. Ma siamo sicuri che, messi nelle stesse condizioni, noi saremmo meglio di loro?
Sputare sul piatto che ti ha nutrito, e che ti ha reso ben pasciuto, con lo smartphone in tasca e la settimana bianca, non mi sembra un buon presupposto per una lucida operazione di autocritica e di auspicabile miglioramento.


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mercoledì 26 novembre 2014

GHI...il riciclo continua



G di GORGONZOLA
Ovvio il risotto (buono). Altrimenti un aperitivo (adoro). Mescolate il gorgonzola con un formaggio più delicato, o, in assenza, con un goccio di latte. Prendete una bella mela rossa come quella sopra descritta, croccante e acidula: tagliatela a cubetti senza sbucciarla e bagnatela con succo di limone. Componete dei crostini con fette di pane tostato, rigorosamente avanzato, crema di gorgonzola, pezzetti di mele e se ce l’avete un po’ di noci/pinoli tostati.

H di HAMBURGER ovvero come farli senza andare al fast food
Li ho fatti tante volte e danno una grande soddisfazione. Basta dotarsi di buon macinato di manzo, aggiungere qualche cucchiaio di parmigiano, sale, pepe, erbe aromatiche a piacere…io aggiungo anche qualche goccia di worcester e tabasco. Un buon metodo per avere una forma regolare è mettere una pallina di questo composto dentro uno schiacciapatate, fra due dischi di carta forno.
E siccome di carne ne mangiamo anche troppa, provate anche il veg-burger! Io al posto della carne uso di solito melanzana o comunque una verdura bollita (o meglio, cotta nelle buste da microonde), schiacciata insieme a un legume, perfetti i ceci. Ci andrà un po’ più di parmigiano o pangrattato, perché il composto resta più acquoso. Volendo si può aggiungere un uovo per legare meglio.

I di INSALATA
Ebbene sì, spesso compro l’insalata in busta. Lo so, non si fa. Ma sebbene mi avventuri volentieri in piatti anche piuttosto laboriosi e complicati, sono molto pigra quando si tratta di lavare l’insalata; inoltre, non amandola particolarmente, le buste di insalata mista me la fanno apparire meno sconfortante.
Avete presente una busta di quelle, prossime alla data di scadenza, anzi anche a scadenza superata di qualche giorno, quando l’insalata assomiglia ormai più ad un’alga…? Ecco, quella! Non cestinatela, cuocetela! Pochi minuti, qualche spezia, e diventa un contorno simpatico per una triste fettina di pollo alla griglia.

 

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mercoledì 19 novembre 2014

DEF (che non è l'abbreviazione di un insulto)...il riciclo continua

Segue dalla puntata precedente:

D di DADINI DI FORMAGGI (ovvero resti di formaggi a pasta dura)

PATACROCCHE CON SORPRESA
Si tratta di crocchette un po’ estrose e supergolose.
Lessate 300 g di patate sbucciate (io uso i sacchetti da microonde, 8 minuti), schiacchiatele in una ciotola e aggiungete sale, pepe, noce moscata, parmigiano, 1 tuorlo, mezzo cucchiaio di maizena. Fate delle palline e inglobate al loro interno la sorpresa di formaggio.
Passate le palline nella farina, poi nell’uomo sbattuto, poi in cosette tipo semi di sesamo, di papavero, filetti di mandorle e friggete.

E + F di ERBA CIPOLLINA + FINOCCHI (gambi e barbe compresi)

SINGLE SALAD
Il nome si deve al fatto che era il pasto tipico del mio ultimo periodo di vita da single. Leggero, rapido, depurativo, sfizioso.
Va da sé che se disponete di finocchi interi tanto meglio: tagliateli a fette sottili ma tritate fini fini anche gambi e barbe. Siete autorizzati a togliere i filamenti dei gambi con un pelapatate ma il resto si mangia ed è buono! Se non avete i finocchi interi date volume al vostro piatto con un po’ di insalata, meglio valeriana e/o rucola. Unite i fagioli (per me i migliori sono quelli rossi, ma non starei a fare del razzismo coi legumi) e il tocco di classe: tocchetti di mela verde o anche rossa, ma una qualità con polpa bella croccante e acidula, rigorosamente non sbucciata. Ci sta che è una meraviglia. Tagliuzzate l’erba cipollina e condite con sale, una bella macinata di pepe, aceto (meglio di mele) e olio. 
I finocchi in insalata sono splendidi: trovate un'altra ricetta qui.



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lunedì 17 novembre 2014

Piccoli cannibali crescono

Come dire: Totò, Peppino e la malafemmena.
Lei, la malafemmena, è una casalinga di 37 anni, quattro figli, un marito molto religioso, una casa isolata nella nebbia delle campagne astigiane. Ah, è morta. Hanno trovato il corpo in un canale mesi dopo la sua scomparsa. Uccisa, probabilmente. Unico indagato è il marito, il padre dei suddetti quattro figli.
Dai lontani tempi di Telefono giallo, quando ero poco più che una bimbetta, sono un'appassionata spettatrice di programmi dedicati ai fatti di cronaca e di approfondimento giudiziario: nella prossima vita credo che mi arruolerò nei RIS. In attesa della reincarnazione, osservo.
E forse ci dovrebbe essere un limite. Indagini, certo; curiosità, normale; insistenza, va bene.
Ma fino a che punto e per dire cosa? Cosa possono apportare le pubbliche interviste di uomini che forse hanno chattato con la vittima, ex fidanzati delle medie, magari amanti, magari semplici complici di un quarto d'ora di evasione, tutti forniti di alibi e dunque non coinvolti nelle indagini?
Ditecelo: scardinare quel privato retrobottega vi serve a raggranellare qualche punto di share. Perchè una casalinga disperata che tra una messa e un bigodino si trasforma in una ninfomane è qualcosa di troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire. Poco importa se probabilmente non è stato così, poco importa se non riguarda le indagini, poco importa se la malafemmena ha quattro figli, due genitori, forse anche un marito, che hanno il diritto di piangerla come si piangono i propri cari, tutti "buonanima" e "persone speciali".
Tanta indignazione hanno suscitato, giustamente, le immagini delle oche barbaramente spennate per farci un piumino griffato. E anche chi non vive nel mondo dei sogni e capisce la logica del profitto oggi dice che dovrebbe esserci una regolamentazione e che la suddetta griffe dovrebbe ridurre i margini di guadagno per assicurare un trattamento più dignitoso a quegli animali.
Ecco, appunto. 
 
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giovedì 13 novembre 2014

30 ergo sum

Ritratto semiserio di una trentenne prototipica.

Sposata.
Col fidanzato storico, con l'ultimo arrivato, col vicino di casa, col cugino, con quello che anagraficamente potrebbe essere tuo nonno. Un catetere val bene una messa. L'importante è convolare a giuste nozze. Perchè è ora, perchè oramai, perchè se non ora quando
Con figli.
Voluti. Prima che sia troppo tardi. Perchè dai 30 in su è tutto un "allora non ne fai???". Arrivati quando forse aperitivi, discoteche e sbronze iniziavano ad annoiarti o le tue amiche, ad una ad una, cadevano nella spirale "30 ergo sum". E quando i figli arrivano, a quel punto sei tutta per loro. Testa, tempo e tette; interminabilmente, inesorabilmente, esclusivamente per loro.    
In carriera.
Hai studiato. Ti sei specializzata, qualificata, professionalizzata. Prima eri troppo giovane, senza esperienza, senza titoli; adesso di titoli ne hai troppi, pretese anche, e sei in emergenza orologio biologico galoppante (vedi, la voce di cui sopra). Ma forse, dopo dieci anni di lavoro sottopagato senza contratto, hai agguantato un contratto per un lavoro, pur sempre sottopagato e/o per il quale si aspettano che tu sia un rambo in gonnella (12 ore al giorno, zero pippe, e magari resta zitella grazie), ma hai finalmente un contratto.
Devota della casa.
Lavatrici a giorni alterni, pulizie il sabato, stiro e ammiro la domenica. Tinte pastello, linee moderne, bimby e kitchenaid per quei manicaretti che nessuno gusterà, perchè voi siete a dieta e gli amici non li chiami perchè la casa è in disordine oppure non li chiami perchè è troppo in ordine per essere messa nuovamente in disordine.   
Stanca.
Marito, figli, lavoro, casa. Il corso di pilates, se riesci a concedertelo. Tutto al top e, mi raccomando, che il maschio alfa non si affatichi troppo e non rinunci al calcetto! Risultato: sei stanca. Mentre lui esce con gli amici di sempre, tu hai le occhiaie di sempre e quando i pupi finalmente dormono guardi Quarto grado e ne approfitti per stirare, perchè domenica scorsa hai saltato il turno di stiro per la cresima del cugino Tommaso e domani si pranza dai suoceri (maledetti appuntamenti mondani!).


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mercoledì 12 novembre 2014

Ecochef...l'ABC del riciclo

Qualche giorno fa, mentre mi documentavo per realizzare un progetto per le scuole contro lo spreco, sono incappata su un dato che mi ha lasciata sbalordita: ogni famiglia italiana butta via ogni anno quasi 500 euro di cibo ancora commestibile. Sono tonnellate di cibo buono che passa dal piatto al cassonetto, pagato due volte: per comprarlo e per smaltirlo.
Ho pensato allora di fare la mia parte, divertendomi a comporre una specie di "alfabeto del riciclo in cucina": un'idea per ogni lettera dell'alfabeto, tutte da me rigorosamente sperimentate. Alcune inventate da me, altre personalizzate, altre "rubate" qua e là. Perchè in cucina, se si sta attenti alla spesa, non si butta via niente.
Comincio proprio dall'ABC.... 

A di ALBUMI
STRACCIATELLA
E’ una minestra povera, ma molto gustosa, utile a recuperare gli albumi avanzati magari dalla preparazione di un dolce, senza avventurarsi nelle meringhe (che pure sono meno complicate di quel che sembra).
Vi servono: brodo (più è sano e buono e meglio è), 2 albumi per ogni commensale, 2 cucchiaini di parmigiano grattugiato (uno per ogni albume), noce moscata, sale e pepe. Basta sbattere un poco gli albumi e aggiungere i formaggi e le spezie.
Versate gli albumi nel brodo bollente e mescolate con una frusta facendolo “stracciare”. Servite ben calda.

B di BISCOTTI SECCHI
QUADROTTI DEL RICICLO
Questa l’ho rubata alla Parodi (n.d.r. non è una chef, a volte è un po’ approssimativa ma a me piace). E’ una buona idea, valida anche per utilizzare il cioccolato avanzato dalle uova di pasqua.
Vi servono: 250 g biscotti secchi, 150 g farina di cocco, 100 g zucchero, 300 g cioccolato (possibilmente fondente), un po’ d’acqua.
Sciogliete il cioccolato, frullate i biscotti insieme alla farina di cocco, allo zucchero e a un goccetto d’acqua. Versate questo impasto sulla placca del forno, distribuitela in modo omogeneo e ricopritela col cioccolato fuso. Fate raffreddare qualche ora in frigo…(et voilà! Non serve neanche il forno)

C di CAVOLFIORE
UNA VERA…CAVOLATA
Questa ricetta è nata per caso e senza alcuna fiducia, ma è venuta fuori una sorprendente delizia. Mettere in acqua fredda il cavolfiore lavato e fatto a cimette e una cipolla. Quando bolle aggiungere il sale e lessare. Frullare il tutto, aggiungere il pepe e un dito di panna, lasciando cuocere ancora una decina di minuti. Se ce l’avete mettete anche a metà cottura una crosta di parmigiano. Servire con un po’ di erba cipollina tritata.



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sabato 28 giugno 2014

Una speranza nel cielo di Praga

...si diceva ottimi prezzi, ottima birra, ottima cucina.
Sì, in Repubblica Ceca si mangia bene e si beve ancor meglio, e col conforto di pagare mezzo litro di birra poco più di 1 euro. E dopo svariati assaggi posso emettere l'ardua sentenza: la birra tedesca è buona, ma quella ceca lo è ancora di più!
Ritiratevi per deliberare alla U Zlateho Tygra (La tigre d'oro), a due passi dal celebre orologio astronomico di Praga. Qui, come nella maggior parte delle birrerie ceche, non vi chiedono nemmeno cosa volete da bere: un boccale da mezzo litro vi verrà depositato sul tavolo senza tanti salamelecchi, a meno che voi non siate abbastanza rapidi da arrestarne la repentina discesa con un improvvido - No thanks. E così sarà per ogni boccale che poserete vuoto sul tavolo, in un eterno ritorno che solo voi, con tutta la vostra buona volontà, potrete interrompere. Ogni nuovo boccale è una stanghetta sul foglio che resterà malandrino sul tavolo. 
Non solo birra però, anche cibo! Sontuose le zuppe, anche se non proprio leggere, di aglio, cipolla, funghi e patate, talvolta servite nel pane. Ottime le carni. Stupendi gli gnocchi tondi di pane o patate: meglio di una spugna per assorbire l'ottimo sugo di goulash e simili.
Praga è una città bella di giorno, maestosa quando il sole comincia a tramontare. Se avete poco tempo dedicate giusto una passeggiata a Staré Město (città vecchia), e poco più di un'incursione a Piazza Venceslao, ridotta a un baraccone di celebri catene di negozi dove è difficile rivivere le note gucciniane di Primavera di Praga.  
Lasciatevi invece sedurre da Malá Strana (piccolo quartiere) e scopritelo partendo un paio di ponti a sud di Ponte Carlo...proprio nei pressi di Fred e Ginger, e costeggiate la Moldava sul lato ovest. Fatevi il viaggio in teleferica, salite alla zona del castello e della cattedrale di San Vito, scoprite tra i vicoli il muro di graffiti dedicato a John Lennon, fate in modo di raggiungere il Ponte Carlo all'imbrunire...e vi chiederete trasognati chi è quel genio che ha progettato l'illuminazione dei monumenti praghesi!

PS: forse vi chiederete se vale la pena spendere l'equivalente di una grossa grassa cena (20 euro) per visitare la zona del quartiere ebraico. La risposta è sì: il prezzo è spropositato, ma il cimitero -con audioguida- merita una visita. Le sinagoghe sono invece assolutamente rinunciabili, quindi prendete il biglietto che ne include meno possibile, visitatene un paio e andate a fare altro.
 
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